Messina: porto di Geni, Eroi e Immortali

C’è un filo invisibile che lega la luce, la scienza e il coraggio: passa tutto da qui, dallo Stretto di Messina. In questa pagina vogliamo raccontarvi la città attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta, amata e resa eterna.

Vi racconteremo di come Dicearco e Maurolico abbiano guardato questo orizzonte per disegnare le mappe del mondo antico e moderno. Vi mostreremo i colori che Antonello ha rubato al nostro cielo e il realismo crudo che Caravaggio ha trovato nelle nostre strade. Rivivrete l’assedio in cui le urla di Dina e Clarenza salvarono la città dalla distruzione.

Tante storie, un unico scenario: Messina. Buon viaggio nella città dello Stretto.

dicearco-messina-visitme-riproduzione

Dicearco da Messina

Il fondatore della cartografia scientifica

Dicearco da Messina fu un grande innovatore nel campo del pensiero filosofico. L’atteggiamento di carattere passivo e contemplativo verso la natura venne da lui sostituito da un modello attivo in cui è l’uomo ad essere responsabile della propria vita e del proprio destino: Il fato non esiste e la decadenza umana è solo frutto del cattivo uso che viene fatto della ragione. Come Teofrasto, fu esponente del vegetarianismo peripatetico e quindi gli animali vanno rispettati, così come gli uomini. Ma Dicearco fu un grande innovatore anche nel campo della cartografia…

La Vita

Figlio di un certo Fidia, Dicearco nacque a Messana (Messina) nel 350 a.C. quando la città era dominata dai Mamertini. Viaggiò in Grecia per diverso tempo e, ancora giovanissimo, divenne discepolo di Aristotele nella famosa scuola peripatetica di Atene (il cui nome deriva dal fatto che Aristotele teneva le lezioni passeggiando con i suoi allievi nel “perìpato”, cioè sul lastricato in pietrame nel porticato interno del Liceo ateniese). Il suo pensiero, perciò, si allineò con quello della scuola peripatetica durata parecchio, dal IV sec. a.C. al VI sec. d.C. Dicearco si dedicò, così, allo studio della filosofia, storia, matematica, etica, costume, politica, geografia e della Mantica per la quale solo il sapiente può essere indovino. A Messana Dicearco diffuse l’aristotelismo peripatetico in un liceo da lui fondato, elaborando la teoria della conoscenza razionale basata sulla realtà dell’oggetto. In campo religioso fu però in contrasto con Aristotele, sostenendo che “…l’anima è forza vitale uguale per tutti gli esseri viventi, destinata a dissolversi dopo la morte”. In campo politico auspicò una trilogia amministrativa composta da aristocrazia, monarchia e democrazia. Morì nella sua Messana nel 290 a.C.

Le Opere

Delle opere di Dicearco rimangono pochi frammenti:

  • Vita della Grecia (Bios Hellados) in tre libri di cui restano 24 frammenti, una cronaca dall’antichità fino al regno di Filippo II. In alcuni brani Dicearco mette in risalto la dualità del progresso evidenziando come ogni scoperta, se da un lato risolve problemi, dall’altro ne genera altri. Molti frammenti sono dedicati alle origini della musica e della cultura della Grecia, con un attacco alla “musica moderna” dei suoi tempi.
  • L’anima muore con il corpo
  • Mantica
  • Vita pratica, dove sostiene la concretezza della vita pratica su quella teorica in antitesi con Aristotele.
  • Tripolitico – Dicearco divide tutti i governi in tre categorie, la democratica, aristocratica e monarchica, mirando a un governo “misto” dove tutte e tre le categorie hanno un ruolo nel governo della cosa pubblica.
  • Descrizione della Grecia – Frammento di un’opera dedicata a “Teofrasto”, e composta da 150 trimetri giambici.
  • Itinerario intorno al mondo
  • Sui Monti del Peloponneso
L’inventore dei Meridiani e Paralleli

Nell’opera Sui Monti del Peloponneso Dicearco tratta della misura dei monti con un sistema di triangolazione. Ebbe l’incarico di misurare i monti del Peloponneso e, secondo Plinio, fu proprio da lui che si seppe per la prima volta nella storia che il Pelione era alto 1250 passi (il Pelione o monte Pelio è una montagna a sud est della Tessaglia, nella Grecia centrale. Nella mitologia greca era la terra di origine di Chirone il centauro, protettore di diversi eroi greci come Achille, Eracle, Teseo e Giasone). Diede anche per primo la misura della circonferenza della Terra. Ma l’innovazione cartografica e geografica più importante di Dicearco fu nell’altra sua opera Itinerario intorno al mondo: adottò le coordinate geografiche longitudine e latitudine, sistema che in breve divenne il metodo usato dai geografi alessandrini. Per primo quindi suddivise la Terra in meridiani e paralleli, con un parallelo di riferimento che passava e individuava qualunque punto nella stessa latitudine delle terre allora conosciute, dalle Colonne d’Ercole al Caucaso indiano. Dicearco dunque, anticipando Eratostene, fu l’inventore dei nostri, attuali meridiani e paralleli. E il parallelo maggiore lo fece passare proprio dalla sua città natale, Messina. E non poteva essere diversamente!

Lo sapevi che…

Dicearco da Messana raccontò per primo la fondazione di Napoli! Ecco cosa scrisse: “Nell’ inverno del primo anno della settantasettesima Olimpiade al cominciare del giorno “…noi cittadini e soldati di Cuma, sotto la guida del nobile e saggio Ileotimo, figlio di Timanore…” abbiamo risalito all’alba il sovrastante colle fino alla sua vetta, allo scopo di prendere gli auspici per la fondazione di una nuova città in un sito più ampio ed agevole di quello che chiamano Euploia, ove è ristretto l’abitato di Partenope”.

dina-clarenza-riproduzione-messina-visitme

Dina e Clarenza

Le eroine messinesi del Vespro Siciliano

Sul campanile astronomico-figurativo accanto alla Cattedrale di Messina una complessa figurazione meccanica con automi, a mezzogiorno, rievoca alcuni episodi della storia locale. Realizzato nel 1933 dai fratelli Ungerer di Strasburgo, venne inaugurato il 15 agosto 1933. Nel 3° piano, ai lati di un gallo, vi sono le statue di Dina e Clarenza alte 3,00 metri: snodabili dal busto in su, suonano le campane ogni quarto d’ora ed ogni ora, nell’arco delle ventiquattrore.

Il Vespro Siciliano a Messina

Dina e Clarenza, nell’immaginario collettivo, simboleggiano tutte le donne che in passato si sono distinte in eventi rivoluzionari decisivi nella storia di Messina. L’episodio a cui sono legate le loro gesta è quello relativo alle fasi finali, a Messina, della rivolta antiangioina che ebbe inizio a Palermo dopo la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, sul sagrato della chiesa del Santo Spirito. Dalla fine di aprile dello stesso anno, anche i messinesi partecipavano alla ribellione e, al grido unanime di “Morte ai francesi”, li costringevano a ritirarsi nella fortezza di Matagriffone o Rocca Guelfonia (dove oggi sorge il Sacrario di Cristo Re). Protagoniste della lotta del popolo contro gli angioini furono anche le donne messinesi, mentre Carlo D’Angiò, con un’armata di 60.000 fanti, 15.000 cavalieri, 40 galee, cingeva d’assedio la città. Esse non solo erano intente “[…] a portar in seno e nel grembo pietre, ed altre sorte di cose da gettar dalle mura e dalle torri contro i nemici, e portavano da bere ed altre cose necessarie per rinfrescare i loro mariti”, scrive Tommaso Fazello (Sciacca, 1498 – Palermo, 1570), ma si addestravano anche nell’uso delle armi e presidiavano continuamente le mura cittadine per controllare i movimenti dei nemici.

L’impresa

Nella notte dell’8 agosto 1282, Dina e Clarenza riuscirono a sventare un attacco dei francesi: “Nel silenzio della notte, accese le luminarie della Capperrina, artigiani del popolo costruiscono un riparo di fronte al nemico, il quale appena l’opera fu sistemata, tornò daccapo a salirvi con grande moltitudine di armati. Ma una donna di nome Dina con un grande masso colpisce alcuni assalitori e li stende a terra mentre un’altra di nome Clarenza martellando a stormo le campane galvanizza la gente e chiama alle armi” (Bartolomeo da Neocastro, Historia Sicula (1250-1293)). Messina era comandata da Alaimo da Lentini che, nella sua carica di Capitano del Popolo, organizzò la resistenza antifrancese in città. Carlo d’Angiò la strinse d’assedio fino a tutto settembre ma i messinesi, pur se ridotti allo stremo, respinsero i continui attacchi con una corale partecipazione. L’ultima resistenza ebbe per protagoniste proprio Dina e Clarenza: le truppe di Carlo tentarono di entrare in città dalle colline ma le due donne erano di guardia alle mura di fortificazione e avvistato il nemico, mentre Dina scagliava massi a quanti tentavano di scalare le mura, Clarenza suonava la campana della fortezza alla “Caperrina” svegliando tutta la città. I messinesi si armarono e accorsero con la milizia cittadina al comando di Alaimo Lentini, salvando così dall’ultimo assedio Messina.

Le Eroine nella letteratura italiana

Il contributo dato dalle eroine messinesi nella guerra del Vespro è ricordato in diversi testi storici e letterari. In particolare, lo storico Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348), così scrisse nel descrivere i fatti di Messina: “…Stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove non era murata, i Messinesi colle loro donne, le migliori della terra, e co’ i loro figlioli piccioli e grandi, subitamente in tre dì faccino il detto muro e ripararono francamente gli assalti dei Franceschi …” e nei suoi versi:
“Deh, com’egli è gran pietade
Delle donne di Messina,
Veggendole scapigliate
Portando pietre e calcina
Iddio gli dea briga e travaglia,
A chi Messina vuol guastare”
La poetessa messinese recentemente scomparsa, Maria Costa, dedicò loro una sua poesia:
“Dina e Clarenza, donni curaggiusi,
sunannu ‘na notti li campani,
sabbaru la citadi di soprusi,
dù aroini di Vespri Siciliani”.
Due grandi bassorilievi di Dina e Clarenza sono collocati sul prospetto laterale del Municipio in via San Camillo e Letterio Subba dipinse, nell’800, “Dina e Clarenza che combattono gli Angioini”.

Lo sapevi che…

Sul colle della “Caperrina” definito il “Campidoglio di Messina” per il movimento rivoluzionario del 1282 che vide il popolo messinese impegnato contro l’assedio degli angioini, sorge il Santuario di Montalto. Le fonti agiografiche antiche narrano che la Madonna, in quell’anno, sotto le vesti di una “Dama Bianca”, deviasse con le mani le frecce dei nemici e avesse coperto, con le sue candide vesti, le mura rendendole invisibili agli assalitori francesi del re di Sicilia Carlo D’Angiò.

antonello-messina-visitme-riproduzione

Antonello da Messina

Il pittore che rivoluzionò l’arte e introdusse in Italia il colore ad olio

Antonello fu, nel ‘400, il mediatore fra la pittura fiamminga e quella rinascimentale italiana nel nuovo modo di concepire lo spazio e la luce. Scrive in proposito Lionello Venturi: “Il gusto italiano del Cinquecento appare come una sintesi fortunata delle due massime scuole del Quattrocento, la toscana e la fiamminga. Ed è meraviglioso vedere come Antonello abbia realizzato quella sintesi tre decenni prima che il Quattrocento finisse.”. Secondo Giorgio Vasari nelle sue “Vite” del 1550, Antonello introdusse in Italia il colore ad olio “…fece molti quadri, coloriti nella maniera ad olio che egli di Fiandra aveva portata…”.

Vita ed Ore nella Messina del ‘400

Antonello de Antonio nasce nel 1430 nella contrada dei “Sicofanti” a Messina e a venti anni parte per Napoli a studiare presso Colantonio, caposcuola della pittura napoletana. È il periodo dei dipinti giovanili del “San Gerolamo penitente”, “Vergine leggente”, “Madonna col Bambino e due angeli reggi-corona”. Intorno al 1455 il ritorno a Messina dove l’attende Giovanna Cuminella con cui sposarsi e mettere al mondo tre figli, Jacopo, Caterinella e Finia. Nel 1459 è a Roma, dove s’incontra con Piero della Francesca. È questo il periodo più fecondo, quello nel quale sono prodotti quasi tutti i suoi dipinti, le Madonne, le Crocifissioni, gli Ecce Homo, i ritratti. Nel 1473 realizzerà, per il Monastero di San Gregorio a Messina, il celebre polittico oggi al Museo Regionale che sarà una delle sue ultime opere dipinte nella città natale prima della partenza per Venezia, alla fine del 1474. A Messina Antonello torna nel 1476, com’è nel destino di ogni siciliano tornare alla terra d’origine per seppellirvi le sue ossa. E così, in un uggioso pomeriggio messinese di fine febbraio del 1479 le sue spoglie mortali vengono chiuse per sempre nel buio della cripta della chiesa Santa Maria di Gesù. Così aveva voluto lo stesso Antonello dettando le sue ultime volontà al notaio Antonio Mangianti, il 14 dello stesso mese.

L’amore per Messina nei suoi dipinti

Un tributo di affetto filiale alla sua città natale Antonello lo riservò facendone lo sfondo di alcuni suoi dipinti. Nella “Crocifissione” (1463-65, Bucarest, Romania), sulla penisola di San Raineri che forma il porto naturale di Messina, raffigura il Monastero normanno del San Salvatore dei Greci. Sullo sfondo, l’arcipelago delle isole Eolie. Le absidi merlate della chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata del 1254, nell’attuale viale Boccetta, diventano il fondale del “Cristo morto sostenuto da tre angeli” (1475-76, Venezia, Museo Correr). Il “Crocifisso tra la Vergine dolente e san Giovanni” (1475, Londra, The National Gallery) si staglia sulla chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata e sul torrente Boccetta, allora navigabile. Un’altra “Crocifissione” (1475, Museo di Anversa, Belgio) emerge dal panorama della costa e delle alture calabresi, ambientata nel Casale messinese di Camaro. Ancora una volta, come nelle Crocifissioni, nella “Pietà con un angelo” (1475-78, Madrid, Museo del Prado) fa da sfondo Messina rinserrata nelle mura normanne lungo il Boccetta, con a destra la Cattedrale e il suo alto campanile cuspidato e, a sinistra, il mare con parte della penisola falcata. In quest’opera di Antonello, l’ultima prima di morire, intervenne presumibilmente il figlio Jacobello.

Il mistero della sua sepoltura

Nel febbraio del 1989, durante i lavori di sbancamento per la realizzazione di una corsia stradale sull’argine sinistro del torrente San Michele nel Villaggio Ritiro a Messina, vennero alla luce i resti di strutture murarie del complesso religioso di Santa Maria di Gesù Superiore da riferirsi, come epoca di costruzione, al sec. XIX. Le fonti storiche, infatti, riferiscono di una disastrosa alluvione nel 1863 che distrusse e seppellì parte del convento e la chiesa preesistente, presumibilmente quella medievale facente parte del complesso che era stato fondato nel 1425 e nella cui cripta volle essere sepolto Antonello. Ad una iniziale euforia per la riscoperta degli avanzi del complesso conventuale seguì, dopo qualche anno, il totale abbandono. Oggi, volontari coordinati dalla “Fondazione Antonello da Messina” presieduta da Giuseppe Previti, provvedono a tenere pulita l’area aprendo ogni sabato alle visite gli avanzi del complesso religioso. Che scelsero di tornare alla luce, imperscrutabile coincidenza dei numeri, proprio nel febbraio del 1989, esattamente nello stesso mese e cinquecentodieci anni dopo la morte di uno dei più grandi pittori che la storia ricordi.

Lo sapevi che…

Una delle opere più sublimi dell’arte di Antonello è la tavoletta dell’”Annunciata”, oggi conservata a Palermo nella Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis. Il dipinto ritrae il volto della sua concittadina e contemporanea Santa Eustochia Smeralda Calafato (1434-1485), clarissa messinese il cui corpo incorrotto si conserva ancora oggi nella chiesa di Montevergine a Messina.

maurolico-vistime-riproduzione-messina

Francesco Maurolico

L’Archimede di Messina

“…e da ogni parte e da luoghi lontanissimi qui venivano, spinti dal desiderio di conoscerlo ed ascoltarlo… Messina generò anche te, o Maurolico, perché la Sicilia non si gloriasse soltanto dell’antico saggio siracusano (riferendosi ad Archimede)”: così si legge nell’epigrafe latina sul sarcofago che custodisce i suoi resti mortali, nella chiesa di San Giovanni di Malta a Messina. Francesco Maurolico fu un genio del ‘500 e si occupò egregiamente di geometria, ottica, meccanica, idraulica, architettura, medicina, scienze naturali, fisica, musica e fauna marina dello Stretto.

La Vita

Nacque a Messina il 16 settembre 1494 da genitori di origine greca. Ordinato sacerdote nel 1521, sette anni dopo gli venne conferito l’incarico di insegnamento pubblico di discipline scientifiche ed iniziò un’intensa attività di scrittore, con un centinaio di pubblicazioni di vario argomento. Costruì quadranti, astrolabi, congegni idraulici, orologi ed altri strumenti di studio e d’osservazione. Divenuto Abate del convento di Santa Maria del Parto presso Castelbuono nel 1550, nel 1569 venne nominato Lettore di Matematiche presso il Collegio messinese dei Gesuiti, l’antica Università. Morirà il 21 luglio 1575 nel Casale messinese della SS. Annunziata. Scriverà in proposito l’omonimo nipote nella “Vita” (1613): “…tre giorni prima del suo transito, sopra la cresta (che chiamano) dell’ulivo, nell’istesso podere, apparve una cometa con fiammante Crine, e minaccioso aspetto ch’empì tutti, che la miravamo, di spavento, e timore, e poscia al suo spirare subito mancò. Lo cipresso tanto celebre per l’antichità, et altezza, ch’era quivi nella paterna villa, tosto ch’ei rese lo fiato, e l’anima al suo Creatore, con istrano prodigio s’inchinò verso il suolo… et otto di dopo la sua morte si rizzò su, ritornando al suo sesto e drittura naturale.”.

Le Opere

Delle sue tante opere, fondamentale è il “Sicanicarum rerum compendium”  (1562), storia della Sicilia, oltre a “Grammaticorum rudimentorum libelli sex” (1525); “Cosmographia de forma, situ, numerosque coelorum et elementorum” (1543); “Vita Christi Salvatoris eiusque Matris Ven.” (1555); “De divisione ortium” (1554); “Martirologio” (1568);“Opuscola mathematica” (1575); “Conicorum apollonii pergaei” (postuma, 1654) sulle sezioni coniche; “Problemata mechanica” (postuma 1613);“Photismi de lumine et umbra”(1521);“Diaphana” (1523-1552); “Arithmeticorum libri duo” (1575); “De momentis aequalibus” (completato nel 1548 e pubblicato postumo nel 1685); “De Sphaera Liber Unus” (1575). Nei suoi studi di matematica modificò con aggiunte le opere di Archimede, Apollonio di Perge, Autolico di Pitane, Teodosio di Bitinia, Menelao di Alessandria. Diede quindi alle stampe una “Grammaticorum rudimentorum libelli”, a Messina, nell’agosto del 1528 e scrisse un “Officio della Madonna” e uno del Signore. Le opere di carattere musicale sono il manoscritto autografo “Patr. Lat. 7462” conservato presso la Bibliothèque Nationale a Parigi e le “Musicae Traditiones carpitim collectae”, inserito negli “Opuscula Mathematica” stampato a Venezia nel 1575.

La sua attività a Messina

Il 21 ottobre 1535 l’Imperatore Carlo V d’Austria giunse a Messina, reduce dalle vittorie di Tunisi e La Goletta contro Kair-ad-din (nome che fu, poi, italianizzato in Ariadeno) soprannominato il Barbarossa, re d’Algeri. Francesco Maurolico, per l’occasione, compose le iscrizioni beneauguranti che furono riportate sugli archi e apparati trionfali progettati da Polidoro Caldara da Caravaggio. Due anni dopo, a seguito del passaggio da Messina e su disposizione, appunto, dell’augusto Imperatore, venne dato il via ai lavori per la costruzione di una nuova cinta muraria iniziata nel giugno del 1537 su progetto dell’architetto e ingegnere militare Antonio Ferramolino o lo “Sferrandino” da Bergamo con la collaborazione di Domenico Giuntalocchi da Prato, di Francesco Maurolico che redasse i calcoli e dello scultore toscano Giovan Angelo Montorsoli. Con quest’ultimo Maurolico collaborerà scrivendo i bellissimi versi latini sotto le rappresentazioni dei quattro fiumi, Nilo, Camaro, Ebro e Tevere nella sua splendida fontana di Orione (1553) e nell’altra montorsoliana del Nettuno (1557). Altri distici comporrà per il monumento bronzeo a Don Giovanni d’Austria, opera di Andrea Calamech, oggi in piazza Catalani.

Lo sapevi che…

Uno dei più antichi crateri degli altopiani meridionali della Luna, il cratere “Maurolycus” formazione circolare di 117 km di diametro, è stato così denominato in suo onore dall’astronomo gesuita Giovan Battista Riccioli nel 1651. La sua formazione risale al periodo Nectariano (da -3.92 miliardi di anni a -3.85 miliardi di anni).

caravaggio-messina-riproduzione-visitme

Caravaggio

Il pittore che sconvolse l’iconografia sacra

Michelangelo Merisi fu, a cavallo tra il Cinque e il Seicento, l’artista che ruppe definitivamente con la tradizione manierista, introducendo una pittura fondata sulla verità brutale e sul contrasto drammatico tra luce e ombra. Scrive in proposito Roberto Longhi: “Ribera, Vermeer, La Tour e Rembrandt non avrebbero mai potuto esistere senza di lui. E l’arte di Delacroix, di Courbet e di Manet sarebbe stata completamente diversa”.

Fuga e capolavori nella Messina del ‘600

Caravaggio giunge a Messina nel dicembre del 1608, fuggiasco da Siracusa e braccato dai Cavalieri di Malta. È un uomo segnato dalla paura, che dorme vestito e con il pugnale al fianco, ma è in questo stato di estrema tensione che la città dello Stretto gli offre una commissione prestigiosa: il Senato messinese gli affida la decorazione dell’altare maggiore della Chiesa dei Padri Crociferi. È il periodo dei grandi dipinti “poveri” e immensi, come la “Resurrezione di Lazzaro” e l’”Adorazione dei Pastori”. Nonostante la breve permanenza, interrotta nell’estate del 1609 per ripartire verso Napoli, Caravaggio lascia a Messina un segno indelebile, influenzando una schiera di pittori locali, tra cui Alonzo Rodriguez e Mario Minniti, che diffonderanno il verbo caravaggesco in tutta l’isola.

Nei suoi dipinti, l’umanità dolente di Messina

Un tributo di verità alla città che lo ospitò, Caravaggio lo riservò non tanto ai paesaggi, quanto all’atmosfera umana e spaziale delle sue opere. Nella “Adorazione dei Pastori” (1609, Messina, Museo Regionale), la scena sacra è spogliata di ogni orpello divino: la stalla è una povera baracca di legno scuro, i pastori sono uomini del popolo con le vesti logore e i piedi sporchi, e la Madonna è una madre esausta accasciata sulla paglia. In questo “grande vuoto” che domina la parte superiore della tela, molti critici hanno letto l’angoscia esistenziale dell’artista, ma anche l’eco degli ambienti vasti e spogli dell’Ospedale della Pietà dove fu ospitato. Mentre Antonello dipingeva il porto e le colline luminose, Caravaggio dipinse l’aria densa e cupa della Messina notturna, riflettendo nei volti dei suoi modelli la sofferenza di una città reale.

Il tragico epilogo

E così, dopo aver lasciato Messina, il destino di Caravaggio corre veloce verso la sua tragica conclusione. Non tornerà mai a Roma per ottenere la grazia tanto sperata. Nel luglio del 1610, sulla spiaggia di Porto Ercole, il genio lombardo muore solo e febbricitante, proprio mentre a Messina i suoi capolavori cominciavano a cambiare per sempre la storia della pittura siciliana. Resta la suggestione che proprio in quella terra di Sicilia, così piena di contrasti, la sua “luce nera” abbia trovato, seppur per breve tempo, la sua espressione più tragica e potente.

Lo sapevi che…

Una delle leggende più oscure legate al soggiorno messinese riguarda la realizzazione della “Resurrezione di Lazzaro”, oggi al Museo Regionale di Messina. Si narra che Caravaggio, ossessionato dalla verosimiglianza della morte, avesse costretto i suoi modelli a reggere un vero cadavere, ormai in decomposizione, per catturare con assoluta fedeltà il peso e il colore della carne esanime, scatenando l’orrore dei facchini costretti a posare per lui.

William-Shakespeare-messina-visitme

William Shakespeare

Il bardo dello Stretto

Il genio teatrale che, secondo una leggenda popolare, trovò ispirazione tra le vie di Messina. La biografia documentata di William Shakespeare è ricca di luci e ombre: viaggi mai certificati, anni mancanti, incontri non registrati. Ed è in queste lacune che, da oltre due secoli, si insinua una piccola leggenda messinese. Secondo la tradizione orale locale, il giovane Shakespeare avrebbe trascorso un periodo della sua vita proprio nella città dello Stretto, affascinato dal suo porto, dalle sue voci e dall’energia teatrale che permeava ogni vicolo. Niente che voglia sostituirsi alla storia, ma una suggestione tramandata e custodita nel folklore cittadino.

Il giovane Shakespeare a Messina

La leggenda colloca l’arrivo del giovane William alla fine degli anni ’80 del Cinquecento, a bordo di una nave inglese costretta ad approdare a Messina da una tempesta improvvisa, una scena comune nel porto tra i più vivaci del Mediterraneo. Lì, tra mercanti, marinai e avventurieri provenienti da tre continenti, il futuro drammaturgo sarebbe rimasto affascinato dalla coralità della vita messinese.

Si racconta che fu ospitato da una famiglia di mercanti nei pressi della Loggia dei Nobili, dove ascoltava i racconti dei capitani di mare e i pettegolezzi delle dame. La città era un teatro naturale: i duelli verbali nelle piazze, le schermaglie d’amore, le rivalità tra casate, la musica che risuonava tra la Palazzata e il quartiere dei pescatori. Tutto questo, secondo la tradizione popolare, lo colpì profondamente.

Gli anziani narravano che Shakespeare camminasse spesso lungo il porto, osservando la penisola di San Raineri e annotando su un taccuino impressioni, dialoghi, movimenti. Sarebbe rimasto in città per alcuni mesi, abbastanza da imparare alcune frasi in dialetto e da legarsi a una giovane messinese di cui non conosciamo il nome, ricordata solo come “la ragazza dagli occhi scuri”.

La leggenda vuole che, anni dopo, quelle memorie riaffiorarono nella sua opera.

Messina nelle opere di Shakespeare

Come Antonello da Messina omaggiò la sua città inserendola come sfondo nei suoi dipinti, così — secondo la leggenda — Shakespeare avrebbe restituito a Messina un tributo poetico attraverso la sua opera.

La città appare nella commedia come un luogo solare, ricco di bellezza mediterranea, dove amore e inganni, feste e tradimenti, parole e duelli si intrecciano con naturalezza.
Si dice che alcune descrizioni paesaggistiche riflettano gli scorci che il giovane William avrebbe conosciuto: la luminosità della costa, la brezza dello Stretto, il via vai del porto, la nobiltà cittadina che organizzava danze e ricevimenti.

Gli studiosi collocano l’ambientazione in un generico “Mediterraneo ideale”, ma la leggenda messinese la vuole radicata in luoghi ben precisi, riconoscibili da chi ancora oggi passeggia per la falce del porto o lungo via Garibaldi.

Il Mistero dei suoi anni perduti

Tra il 1585 e il 1592 esiste un grande vuoto nella biografia di Shakespeare: i cosiddetti “anni perduti”. Non sappiamo dove si trovasse, cosa facesse, né con chi viaggiasse. Molti biografi hanno formulato teorie, ma nessuna definitiva.

In questo spazio sospeso si colloca la leggenda messinese: proprio in quel periodo, secondo il folklore, il giovane William avrebbe intrapreso un viaggio nel Mediterraneo e toccato Messina.

Una tradizione orale racconta che, pochi anni dopo essere diventato famoso a Londra, egli avrebbe detto a un marinaio siciliano incontrato nel porto di Southampton: «Ricordo il mare di Messina come un palcoscenico». Nessun documento lo prova, ma la storia si è tramandata di generazione in generazione, come un filo invisibile che collega il Bardo alla città dello Stretto.

Lo sapevi che…

La commedia “Much Ado About Nothing” (“Molto rumore per nulla”), ambientata proprio a Messina, è una delle opere più vivaci e luminose di Shakespeare. Secondo la tradizione popolare locale, alcuni personaggi sarebbero ispirati a figure realmente incontrate in città:

Benedick ricorderebbe un giovane comandante della flotta aragonese noto per la sua ironia tagliente e Beatrice presenterebbe tratti della già citata “ragazza dagli occhi scuri”.

Il ritmo rapido dei dialoghi rifletterebbe la parlata incisiva dei mercanti e dei pescatori messinesi del Cinquecento. Naturalmente nulla di tutto ciò è documentato, ma da oltre due secoli alimenta il fascino della città agli occhi dei viaggiatori.